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Nomadi digitali fuori dagli stereotipi, tutto sul fenomeno che cambia il lavoro

Nomadi digitali fuori dagli stereotipi, tutto sul fenomeno che cambia il lavoro

Indagine Ansa Lifestyle. Sei risposte dal presidente della Associazione italiana

28 febbraio 2024, 20:47

di A.M.

ANSACheck
Al lavoro fuori ufficio foto ANSA -     RIPRODUZIONE RISERVATA
Al lavoro fuori ufficio foto ANSA - RIPRODUZIONE RISERVATA

Al lavoro remoto fuori ufficio foto Ansa RIPRODUZIONE RISERVATA

Sono oltre 35 milioni in tutto il mondo, secondo le ultime stime non ufficiali, e in aumento: il fenomeno dei nomadi digitali è sempre più diffuso e sempre più desiderato, non significa (solo) giovani con lo zaino sulle spalle ma tanto altro ancora, riguarda una mentalità autonoma di lavoro rispetto al passato ed è per lo più una opportunità che prima non c'era, tanto che il 93% dei professionisti italiani darebbe una chance a un’esperienza lavorativa da remoto per un’azienda estera.
ANSA LIFESTYLE ha chiesto ad Alberto Mattei, Presidente della Associazione Italiana Nomadi Digitali, di approfondire questa tendenza che è anche filo conduttore di una serie in dieci puntate “Si fa presto a dire Nomadi digitali”, realizzata dall’Audio Factory Dr Podcast e fruibile su tutte le piattaforme di streaming audio.
Quali sono i tratti distintivi del profilo dei Nomadi Digitali?
In realtà non esiste un profilo standard del nomade digitale, nonostante questo venga spesso comunicato e associato a quello di giovani single con lo zaino sulle spalle, che si spostano continuamente da un Paese all'altro desiderosi di vivere avventure esotiche in giro per il mondo, lavorando online come freelance o content creator. La verità è che il movimento dei nomadi digitali è molto più ampio ed eterogeneo di come viene percepito. Quello che sicuramente accomuna la maggior parte dei nomadi digitali è l'esigenza di maggiore flessibilità, la possibilità di gestire in autonomia il proprio tempo,  e la libertà di poter scegliere di volta in volta dove vivere e lavorare. Più possiamo dire che in generale ciò che accomuna tutti i nomadi digitali è la ricerca di maggiore benessere personale e professionale e di un miglior equilibrio tra la vita privata e lavoro.
In generale, questo fenomeno è correlato alla ricerca del Worklife BalanceNon è solo un cambio vita, ma anche un discorso generazionale, che porta alla ricerca di una maggiore soddisfazione nel "qui ed ora", senza rimandare le scelte per il proprio benessere e realizzazione personale. Per esempio?In verità le nuove generazioni sono quelle che più di altre avvertono oggi un crescente desiderio di viaggiare per conoscere nuovi Paesi e nuove culture, per andare incontro a nuove opportunità personali e professionali ovunque esse si trovino, vivendo al tempo stesso esperienze significative e arricchenti con persone che “la pensano allo stesso modo” e condividono gli stessi interessi. Ma in realtà sono sempre di più le persone di tutte le età con background personali, professionali e culturali diversi tra loro che oggi avvertono la necessità di un cambiamento, abbracciando uno stile di vita e di lavoro più equilibrato e appagante, che incentivi la flessibilità professionale e la ricerca del benessere, incarnando il vero spirito dell’era digitale.
La parola "nomade" denota il carattere itinerante del lavoro. Ma nella pratica é davvero cosi o significa solo cambiare location e perimetro di lavoro?
In realtà "nomade digitale" non è sinonimo di "nomade", anche se spesso questi termini vengono usati erroneamente come  sinonimo. Nomade Digitale in realtà è un neologismo che è apparso per la prima volta negli anni novanta come titolo di un lungimirante e intrigante lavoro accademico condotto dallo scienziato informatico Dr. Tsugio Makimoto insieme allo scrittore professionista David Manners. La tesi centrale dello studio è che il bisogno umano e antropologico di muoversi e gli inevitabili cambiamenti determinati dallo sviluppo delle nuove tecnologie digitali, avrebbero presto portato alla nascita di nuove comunità di lavoratori remoti itineranti, che Makimoto e Manners definiscono per la prima volta “nomadi digitali”.La scelta di cambiare perimetro di lavoro è soggettiva e rientra sempre nel concetto di ricerca di un maggiore benessere personale e professionale. Molte nomadi digitali scelgono di cambiare lavoro proprio perchè non trovano più soddisfazione in quello che fanno. Altri continuano a fare il proprio lavoro ma in modalità diversa rispetto al passato.
Come sta cambiando la geografia del lavoro e quanto impatta a livello economico il remote working?
La geografia del lavoro è già profondamente cambiata con l'avvento delle tecnologie digitali. Siamo passati da un'economia industriale basata sulla produzione a un’economia digitale basata sulla conoscenza. Questo processo sarà accelerato ulteriormente dall'avvento dell'Intelligenza artificiale, una forza trasformativa che rimodellerà il posto di lavoro e ridefinendo il significato del lavoro stesso. In questo contesto il lavoro da remoto consentirà alle aziende di reclutare i migliori talenti del mondo su scala globale, senza più bisogno di reperirli a livello locale. Il lavoro da remoto, (che in Italia continuiamo impropriamente a chiamare smart-work) produrrà una rivoluzione non solo all’interno delle organizzazioni, e nel modo in cui le persone definiscono il lavoro nella loro vita, ma produrrà importanti e significativi impatti economico-sociali sui territori e sulle comunità che li abitano. Come Associazione Italiana Nomadi Digitali, abbiamo pubblicato il 28 Dicembre il "Terzo Rapporto sul Nomadismo Digitale in Italia", che affronta nel dettaglio queste tematiche, spiegando come e perchè questo fenomeno potrà contribuire a ridurre il divario economico e sociale in Italia, attraendo professionisti e talenti nei piccoli centri e nelle aree interne del nel nostro Paese.Quanti sono i profili dei Nomadi DIgitali? Pro e Contro, anche in rapporto alla vita familiare.... Si tratta perlopiù di single e single di ritorno?
Non è possibile delineare dei profili standard del nomade digitale. Questo movimento globale si sta evolvendo rapidamente e sta diventando sempre più inclusivo. Questo stile di vita e di lavoro, infatti, non interessa più soltanto giovani single desiderosi di viaggiare per il mondo, ma interessa sempre più persone di tutte le età con competenze e background professionali e personali molto diversi tra loro.La rivista economica “Forbes”, afferma che contrariamente alla credenza popolare, lo stile di vita dei nomadi digitali non è adatto solo a giovani single. Nell’articolo sono riportati i risultati di un sondaggio commissionato negli USA che rivelano interessanti tendenze emergenti. La maggior parte dei nomadi digitali che hanno risposto al sondaggio (58,8%) sono sposati o hanno una relazione di convivenza, e quasi la metà (48,3%) ha figli sotto i 18 anni. La cosa ancora più interessante è che il 70,4% dei nomadi digitali con bambini che ha già sperimentato esperienze di lavoro da remoto in giro per il mondo, prevede di continuarlo a fare. Personalmente ritengo che per riuscire a comprendere realmente questo fenomeno, occorra prima di tutto uscire dalla logica che "nomade digitale" sia sinonimo di  "nomade", ovvero di persone che non hanno una casa, una loro vita familiare e scelgono di vivere da globetrotter rimbalzando da una parte all'altra del mondo. Questa è un'immagine stereotipata e ormai superata. Oggi infatti esistono mille modi diversi di lavorare da remoto e di vivere da nomade digitale, senza necessariamente vivere costantemente in viaggio.Quanti sono in Italia i Nomadi Digitali? E in Europa e nel Mondo? 
Lo so che ci piacciono tanto i numeri, ma purtroppo per quanto ci si possa sforzare è impossibile dare una quantificazione numerica esatta di quanti Nomadi Digitali ci siano in Italia, in Europa o nel mondo, il motivo è semplice da capire e risiede nel fatto che il termine “nomade digitale” è suscettibile a diverse interpretazioni e definizioni. I nomadi digitali inoltre non appartengono ad una specifica categoria professionale, né tantomeno un target ben definito di persone e nemmeno un loro preciso “modus operandi”. Vengono di conseguenza a mancare  gli elementi essenziali per una corretta classificazione (ovvero la riunione dei casi rilevati di un fenomeno in categorie o classi omogenee) che in questo caso ancora non sono definite. Inoltre il fenomeno nomadi digitali è in costante evoluzione e sta diventando sempre più inclusivo. I numeri che si leggono sono sempre stime e non dati ufficiali. Ovvero delle proiezioni statistiche basate su sondaggi a campione e su specifici segmenti di indagine. Nomad List il portale di riferimento per molti nomadi digitali nel mondo, afferma che siano circa 800.000 gli italiani che hanno scelto questo stile di vita, ma consiglio di prendere questi numeri con il beneficio del dubbio. Quanti invece siano i nomadi digitali stranieri presenti in Italia, questo non è dato sapersi in quanto l'Italia non ha ancora uno suo visto specifico per questa categoria di lavoratori.Si è registrata una accelerazione e un aumento dei Nomadi negli ultimi anni?Assolutamente si, la pandemia ha accelerato alcuni importanti cambiamenti economici e sociali che erano già in atto. Sicuramente uno dei più rilevanti è stato l'adozione del lavoro da remoto su larga scala, sia da parte dei professionisti che delle aziende, che ne hanno apprezzato i vantaggi istituzionalizzando nelle loro organizzazioni. Tutto questo ha contribuito ad una crescita notevole ed esponenziale del nomadismo digitale su scala globale.
Come è nata l'Associazione Italiana Nomadi Digitali e quale obiettivo si pone?  L'Associazione Italiana Nomadi Digitali nasce nel 2021 da me e da un gruppo di professionisti che condividono la stessa visione e il bisogno di diffondere la cultura del lavoro da remoto e il nomadismo digitale nel nostro Paese, con l'obiettivo di agire attivamente per rendere anche l'Italia un Paese a misura di remote worker e nomadi digitali. Noi crediamo infatti che questa sia una grande opportunità di sviluppo sociale, economico e territoriale anche per il nostro Paese che attualmente purtroppo, e per diversi motivi, è escluso dai circuiti internazionali maggiormente attrattivi per i nomadi digitali. 

L’esigenza di un quadro normativo per i “Nomadi Digitali”: a che punto siamo

Sui nomadi digitali, non sono, però, solo luci: 3 su 10, infatti, esprimono l’esigenza di convenzioni con professionisti, organizzazioni o istituzioni che li aiutino a orientarsi nel dedalo fiscale, legale, amministrativo e assicurativo. “L’idea di lavorare da remoto entusiasma moltissimi professionisti, che però poi si scontrano quasi subito con le complessità che si porta dietro gestire una situazione non ancora totalmente regolata dal punto di vista normativo - spiega Gianluca Tirri, Managing Director della start up italiana Quickfisco, che aiutia sia i professionisti italiani che lavorano con l’estero in P.Iva, sia i sempre più numerosi professionisti stranieri che scelgono l’Italia come base per lavorare con aziende internazionali. Per entrambi, il disorientamento è la condizione dominante nell’approcciare il lavoro da remoto”.
L’esigenza di un quadro normativo per i “Nomadi Digitali”: a che punto siamo
“Il quadro normativo per i Nomadi Digitali è ancora non definito, tanto a livello italiano quanto a livello europeo, soprattutto da un punto di vista fiscale - commenta Antonino Rindone, CEO di Quickfisco - In Italia la figura giuridica del “nomade digitale” è stata inserita nel Decreto Sostegni-ter, che regola tuttavia principalmente i casi di lavoratori stranieri che scelgono l’Italia per lavorare con aziende straniere, agevolandone gli adempimenti burocratici come permesso di soggiorno e nulla osta al lavoro. C’è ancora molto da fare, invece, per i cittadini italiani che scelgono di passare fuori confine tutto o buona parte del proprio tempo, lavorando con aziende italiane o estere: qui si aprono problematiche principalmente previdenziali e fiscali, relative alla doppia imposizione (quindi, dove pagare le tasse e dove versare i contributi). Da questo punto di vista, le situazioni possono essere moltissime e, in assenza di un quadro normativo definito, è fondamentale il supporto di un consulente”.
Ecco 5 consigli per professionisti interessati ad avere maggiore flessibilità nella scelta del luogo di lavoro, considerando anche gli aspetti normativi e fiscali.
#1 Flessibilità anche per i dipendenti: dal lavoro agile alla mobilità internazionale
Diventare nomadi digitali è sicuramente più semplice per i freelance, che non essendo vincolati a luoghi e orari, ma prevalentemente a progetti e obiettivi, possono scegliere più liberamente la vita da remote worker. Per quanto riguarda invece i dipendenti di aziende pubbliche e private, nonostante la pandemia abbia accelerato lo sviluppo della normativa sullo smart working e anche l’abitudine da parte delle aziende a concedere maggiore flessibilità, esistono alcuni vincoli che non rendono così agevole scegliere liberamente il luogo in cui lavorare. In particolare, molte aziende richiedono la permanenza in Italia anche se in smart working per garantire la copertura assicurativa a cui le aziende sono tenute per legge. Nel caso poi in cui si concordi con il datore di lavoro il trasferimento definitivo in remoto, è necessario comunicare il nuovo indirizzo di residenza all’azienda, per poter effettuare i versamenti corretti dell’addizionale IRPEF regionale e comunale. Oltre a questo, le imprese più all’avanguardia stanno integrando anche opportunità di flessibilità lavorativa e di carriera come ad esempio la possibilità di mobilità internazionale che può consentire ai dipendenti di spostarsi tra le sedi dell’azienda, che in alcuni casi sono distribuite in tutto il mondo sfruttando anche le opportunità degli spazi di coworking.
#2 Collaborazione con aziende estere o italiane: tutte le differenze
La collaborazione tra lavoratori italiani e aziende estere per quanto da un lato dia molte possibilità di ampliare le prospettive lavorative o il proprio mercato, dall’altro deve considerare alcune implicazioni fiscali, assicurative e previdenziali che variano a seconda della natura del professionista. Nel caso di un dipendente che lavora dall’Italia in remote working per un’azienda estera che non ha sede in italia, l’azienda può delegare allo stesso lavoratore gli obblighi previdenziali ed assicurativi, ovvero INAIL e INPS, mentre non ha specifiche esigenze fiscali diverse rispetto all’assunzione in un’azienda italiana. Un freelance non ha questo tipo di adempimenti, ma deve gestire le specificità delle fatturazioni verso e dall’estero, resa più complessa dalla specificità dell’IVA italiana: in particolare quando riceve una fattura ad esempio da una piattaforma digital come Meta o Google, integrare l’IVA tramite il meccanismo del reverse charge.
#3 Italiani che rientrano dall’estero: i “cervelli di ritorno” pagano meno tasse
A partire dal 2015, il governo italiano ha rafforzato le misure per favorire il ritorno in Italia di professionisti e ricercatori con cittadinanza italiana che si erano trasferiti all’estero per motivi di lavoro. Negli ultimi anni “docenti e ricercatori“ e “lavoratori impatriati" che decidevano di rientrare in Italia hanno goduto di sgravi fiscali che hanno portato a una detassazione dei propri redditi del 70% e in alcuni casi del 90%. Nella recente riforma fiscale, ad oggi in approvazione, è però stata introdotta una proposta che prevede un sostanziale ridimensionamento di questo beneficio già a partire da gennaio 2024.
#4 Dove vai e per quanto tempo? Il luogo in cui vai a vivere fa (molta) differenza
Gli aspetti da considerare quando si sceglie il luogo in cui trasferirsi sono molti: dal clima, alla connessione internet fino alla durata del visto, ma anche le tempistiche per ottenerlo. Consultando una piattaforma come Global Nomad Guide è possibile considerare tutte queste variabili e scoprire che, ad esempio, se si vuole trasferirsi con maggiore continuità in un nuovo stato, conviene scegliere nazioni come il Portogallo e Antigua, in cui il visto dura fino a 2 anni; se invece la priorità è la velocità di connessione, oltre ad Antigua si possono scegliere le Barbados, che hanno una connessione internet molto più veloce (mediamente 60-80 Mbps).
#5 “Visto per Nomade Digitale”: cos'è e a cosa serve
Il Visto per Nomadi Digitali è un’opportunità introdotta da molte nazioni per agevolare la permanenza di residenti esteri e che lavorano per un’azienda di un’altra nazione, concedendo la possibilità di permanenza in quella nazione, normalmente per 12 mesi. Anche l’Italia ha introdotto una normativa dedicata all’attrazione dei talenti dall’estero, in particolare dalle nazioni extra UE: con il Visto per Nomade Digitale è possibile ottenere un permesso di soggiorno in Italia semplificato fino a un anno.

Vita da nomade digitale , la Destinazione Viaggio nel libro di Ilaria Cazziol

Cambiare vita e partire per un viaggio solo andata: un sogno per molti, a cui è facile applicare l’etichetta “Impossibile”. E se non lo fosse? E se esistesse un percorso, una guida, una mappa? Ilaria Cazziol, fondatrice del blog Viaggiosoloandata.it e nomade digitale, guida alla scoperta del potere trasformativo del viaggio “a lungo termine”. Partendo dalla sua esperienza personale, esplora le sfide e le opportunità della vita itinerante, affronta le paure che ci trattengono dal metterci in moto, spiega come prepararsi alla partenza, come gestire le finanze e come lavorare da nomadi digitali. Un viaggio tanto fisico quanto interiore, che celebra il minimalismo, la libertà e la scoperta di sé e del mondo. Dal 2017 ha lasciato una normale esistenza d’ufficio per ricercare un modo di vivere più libero, viaggiando a lungo termine in tutto il mondo. La sua esperienza è ora in un libro in uscita da Mondadori il 25 gennaio: Destinazione Viaggio. Per cambiare vita e trovare se stessi.

Lavorare in modalità workation , cosa significa?

Nel fenomeno dei Nomadi Digitali trova spazio anche il lavorare in modalità workation dai luoghi di villeggiatura o dalle proprie città d’origine, alternando le ore di lavoro a momenti di relax da trascorrere con i propri cari.
Nonostante il termine sia stato introdotto solo di recente all’interno delle aziende, questo trend è in realtà già stato adottato da diversi anni, soprattutto dai liberi professionisti e, in particolar modo, dai nomadi digitali sempre più in crescita grazie alla maggior flessibilità data dalle professioni prettamente digitali. Ma cosa significa nello specifico “workation”, come e perché implementarlo nelle aziende e, soprattutto, che benefici apporta al personale e alle imprese stesse?
Workation combina due situazioni diverse e persino tradizionalmente incompatibili. Da una parte, work o lavoro e dall’altra vacation, o ferie. Rappresenta quindi la combinazione di entrambi: permette di lavorare mentre si è in vacanza e, allo stesso tempo, di essere in vacanza mentre si portano avanti compiti relativamente leggeri, approcciandosi al lavoro da remoto in modo ancora più consapevole grazie a un uso intelligente della tecnologia.
“Implementare un sistema di workation significa poter svolgere determinate mansioni fuori dall’ufficio, volendo anche dall’estero, con la consapevolezza di avere un carico di lavoro minimo tale da permetterci di combinare tempo libero e obblighi entro un periodo temporale prestabilito” spiega Arianna Lamera, Talent Acquisition & People Business Partner di Factorial, la piattaforma di gestione automatizzata delle Risorse Umane che supporta aziende e PMI nei processi HR.
Si tratta di una modalità di smart-working che crescerà sempre più nel prossimo futuro e che, come spiega Factorial, si caratterizza per una serie di benefici concreti ed evidenti già nel breve periodo sia per i dipendenti che per l’azienda stessa.
· Massimizza la motivazione del lavoratore senza diminuire le prestazioni dell’azienda: molte realtà a seconda del periodo dell’anno, subiscono delle importanti oscillazioni in termini di business, per esempio durante le pause estive o proprio durante le vacanze di Natale, dove si registra inevitabilmente un rallentamento dell’attività. In questo caso, permettere ai propri dipendenti un periodo di workation può aiutare a incrementare la loro motivazione senza necessariamente impattare, negativamente, sulle prestazioni dell’azienda stessa.
· Consente ai dipendenti di prolungare periodi di riposo, con conseguenti risultati positivi anche sulle performance: allontanarsi temporaneamente dal ritmo frenetico della città e dalla propria, a volte stressante, routine, ha inevitabilmente un impatto molto positivo sul nostro benessere fisico e mentale. Grazie alla workation, è possibile che il dipendente prolunghi la sua permanenza nei luoghi di villeggiatura poiché, anche se ha ripreso a lavorare, continuerà a sentire gli effetti positivi del trovarsi lontano da casa. Uno stato mentale, ma non solo, i cui effetti benefici impattano anche sulla qualità del suo lavoro.
· Incoraggia la creatività del singolo per la collettività: cambiare per un periodo aria e ambiente circostante aiuta sicuramente a vedere le cose da una prospettiva diversa, stimolando l’ideazione e la messa a terra di nuove potenziali iniziative utili a migliorare anche le proprie prestazioni lavorative. Inoltre, periodi di workation possono favorire un maggiore equilibrio della vita personale e professionale in un ambiente diverso, capace di fornire anche nuovi spunti di riflessione.
· La workation come fattore di talent retention e attraction: un argomento di discussione interno al settore HR è proprio l’importanza dell’attrarre o del trattenere i talenti all’interno dell’azienda, rimanendo quindi competitivi sul mercato del lavoro. In tal senso, sono molteplici le iniziative che possono essere implementate, come ad esempio garantire percorsi di formazione, un riconoscimento e una compensazione che siano equi e meritocratici. In questo scenario, la workation può essere giocare un ruolo determinante, in quanto la possibilità di permettere ai dipendenti un periodo di lavoro, più o meno circoscritto, in luoghi di villeggiatura e lontano dall’ufficio, può influenzare significativamente la decisione di una persona di entrare o di rimanere nell’azienda.

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