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Il lessico degli studenti fuorisede, da “estudihambre” a “pacco da giù”

Il lessico degli studenti fuorisede, da “estudihambre” a “pacco da giù”

Il vocabolario dei giovani universitari

12 ottobre 2023, 20:03

Redazione ANSA

ANSACheck

Un gruppo multietnico di giovani foto iStock. - RIPRODUZIONE RISERVATA

Un gruppo multietnico di giovani foto iStock. - RIPRODUZIONE RISERVATA
Un gruppo multietnico di giovani foto iStock. - RIPRODUZIONE RISERVATA

Vivere un periodo di studio in un’altra città o all’estero può essere senz’altro una delle esperienze più impattanti e formative nella vita di uno studente. Durante questo periodo, infatti, si impara a gestire in autonomia molti aspetti della vita quotidiana, venendo a contatto con persone provenienti da altre regioni d’Italia o addirittura da tutto il mondo.
Con le lezioni universitarie e in un momento in cui ferve il dibattito per l’emergenza abitativa dovuta al caro affitti, con mobilitazioni studentesche davanti alle principali università, gli esperti e le esperte di Babbel, hanno realizzato un vocabolario degli studenti “fuorisede”, in modo tale da aprire uno scorcio sulla vita universitaria e aiutare le matricole a muovere i primi passi nel mondo accademico con serenità.

L’ABC dei fuorisede

Alla base del “dizionario” degli studenti lontani da casa ci sono alcune parole che sono diventate dei veri e propri classici, associate per l’appunto a questo stile di vita:

● Fuorisede: per definizione, chi studia in una località diversa dal proprio comune di residenza è uno studente “fuorisede”. Come emerge dall’indagine sulla mobilità studentesca di Talents Venture, nell’anno accademico 2021/2022 il 50% del totale degli studenti universitari italiani erano fuorisede, un trend in costante crescita negli ultimi 10 anni. Di questi, il 28% era intra-regionale e il 20% inter-regionale mentre il 2% era di provenienza internazionale.

● Pacco da giù: il “pacco da giù” è un’espressione molto popolare che descrive una tradizione esclusivamente italiana, atta ad accorciare metaforicamente le distanze tra fuorisede e terra d’origine. Si tratta di pacchi, scatole o borsoni contenenti i prodotti tipici della propria regione e una varietà di prelibatezze fatte in casa, che vengono spediti dai parenti agli studenti e lavoratori che vivono lontano, così attutire la nostalgia dei sapori di casa. Si tratta di un concetto costitutivo della storia dell’emigrazione in Italia che ha accompagnato gli esodi dal Sud al Nord di molte generazioni e che è entrato a far parte del repertorio comune.

● Schiscetta: una parola molto cara alla comunità studentesca lombarda è “schiscetta”: diventata popolare intorno agli anni ‘50, essa si riferisce al contenitore - solitamente di metallo - che veniva utilizzato da operai e studenti per trasportare il cibo per il pranzo; il termine, che deriva dal dialetto lombardo “schiscià” (“schiacciare”) indica proprio il gesto di “schiacciare” qualcosa - in questo caso, il cibo nel recipiente - e viene utilizzato tutt’oggi per indicare il pranzo al sacco. Sebbene la parola “schiscetta” goda di maggiore notorietà, ci sono diverse regioni italiane che mantengono i propri termini dialettali per descrivere il pranzo al sacco: dal piemontese “barachin”, al napoletano “marenna”, “merenda”, usato per descrivere un panino svuotato della mollica e riempito a piacimento.

● Chore wheel: l’organizzazione delle pulizie con i propri coinquilini può essere un’impresa ardua, specialmente per chi sta compiendo la prima esperienza fuori casa. Per questo motivo si sta diffondendo l’uso della “chore wheel”, letteralmente “la ruota delle faccende domestiche”, molto popolare in Inghilterra. Essa consiste, appunto, in una ruota composta da due dischi sovrapposti, divisi in tanti settori quanti sono i coinquilini: nel disco inferiore si indicano i compiti da svolgere in casa mentre nel disco superiore, più piccolo, i nomi delle persone; ad ogni coinquilino corrisponde così una faccenda e, di settimana in settimana, i dischi possono essere ruotati per alternarsi nelle attività.

Da “co-living” a “dorm”, i vocaboli da conoscere per sonni tranquilli da fuorisede

Per essere pronti all’avventura lontani da casa, può essere utile conoscere alcuni termini legati al settore immobiliare studentesco, in modo da poter scegliere la sistemazione ideale:

● Co-Living: è un modello di abitazione moderno che combina il bisogno di privacy con la necessità di vivere momenti di convivenza e socializzazione; ciascun residente ha infatti la propria stanza dotata di bagno privato e può usufruire di alcuni spazi in condivisione (cucina, salotto, lavanderia e aree ricreative). Nei co-living gli spazi sono gestiti da aziende specializzate, che supervisionano ogni aspetto e che propongono soluzioni con prezzi all-inclusive. In questi spazi, pensati per la condivisione, si possono anche organizzare eventi e workshop.

● Shared housing: traducibile come “alloggio condiviso”, lo “shared housing” prevede la condivisione tra più persone di una casa o di un appartamento; tendenzialmente ognuno ha una propria stanza o ne condivide una e sono poi presenti delle aree comuni, come i servizi, la cucina e il soggiorno. A differenza del co-living, alcune spese, come le utenze di luce e gas, non sono comprese e vengono quindi suddivise tra i coinquilini.

● Studentato diffuso: con questo termine si intende una tipologia di student housing che prevede un insieme di locali destinati ad ospitare studenti, collocati di norma all’interno di complessi di edilizia popolare riqualificati e messi in affitto a prezzi contenuti. Tra le più recenti applicazioni il comune di Milano ha in progetto di realizzare un piano di “studentato diffuso” per contrastare il problema della carenza di alloggi e dell’innalzamento dei prezzi .

● Dorm: questo termine inglese è l’abbreviazione di “dormitory”, “dormitorio”. Si tratta di un complesso di stanze per fuorisede che include più letti, spesso a castello (“bunk beds”). Diversi dormitori hanno molte aree in comune, tra cui la cucina e la lavanderia. In questi contesti, si può anche sentire parlare di “quarter”: termine originariamente appartenente al gergo militare e adoperato indicare le divisioni in camerate, oggi designa, più in generale, una tipologia di stanza condivisa con più inquilini.

La dura vita del fuorisede

Le difficoltà a cui deve far fronte un fuorisede sono diverse, dalla gestione dei propri risparmi, al time management e alla socializzazione. Di seguito alcuni termini curiosi che ne descrivono alcune:

● Estudihambre: questo gioco di parole spagnolo, nato dall’unione del termine “estudiante” (“studente”) e dell’aggettivo “hambre” (“affamato”), è utilizzato per descrivere gli studenti fuorisede che, dovendo giostrare le diverse spese (l’affitto, le bollette) tendono a risparmiare sul cibo rimanendo, di conseguenza, “affamati”. La fame, però, non è da interpretare solo in senso letterale: si tratta infatti di studenti disposti a fare sacrifici economici per poter proseguire gli studi universitari e quindi sono anche “affamati” di successo.

● Nini: si tratta di un neologismo spagnolo - formato dalla ripetizione della congiunzione negativa “ni” traducibile come “né” - che identifica un giovane che ha appena finito di studiare ma che non è entrato nel mondo del lavoro e, per questo, “ni trabaja ni estudia” (“né lavora né studia”). I “nini” sono spesso giovani tra i sotto i 30 anni che non intendono proseguire gli studi e che non hanno ancora intenzione di cercare un impiego. Il termine è utilizzato anche in statistica per indicare le “persone inattive” e corrisponde all’acronimo inglese “NEET” (“Not [engaged] in Education, Employment or Training”).

● Liking gap: un problema in cui molti fuorisede potrebbero imbattersi è la difficoltà di relazionarsi con nuove persone in un posto in cui ci si è appena trasferiti, dai coinquilini ai nuovi compagni universitari, soprattutto per il timore di non fare una buona prima impressione. I ricercatori delle Cornell University, Harvard University ed Essex University hanno approfondito questo meccanismo e lo hanno denominato “liking gap”: si tratta del divario (“gap”) che si crea tra la percezione che si ha di quanto si possa piacere e quanto si piace realmente agli altri. I risultati dimostrano che le persone tendono a sottovalutare quanto gli altri le trovino socievoli e carismatiche: è importante essere consapevoli di questo fenomeno per poter agevolare la nascita di nuove amicizie.

● Reverse culture shock: si tratta di un fenomeno che descrive il sentimento di disorientamento che si prova quando si rientra nella propria città d’origine dopo aver vissuto lontano da casa per un lungo periodo di tempo. Mentre la parola “culture shock” descrive il senso di smarrimento delle prime settimane di contatto con realtà culturali diverse dalla propria, il concetto di “reverse culture shock” è meno diffuso e più complesso, ed è stato sviluppato negli anni ‘60 dagli psicologi John e Jeanne Gullahorn, che osservarono come le persone di ritorno a casa dopo un prolungato periodo di viaggi alternassero stati d'animo diversi mentre cercavano di riadattarsi a ciò che un tempo era familiare.

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