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Mario Rosso, il manager rimasto filosofo

Mario Rosso, il manager rimasto filosofo

Una storia al vertice, dalla catena di montaggio al digitale

ROMA, 19 agosto 2023

STF

ANSACheck

- RIPRODUZIONE RISERVATA

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(di Elisabetta Stefanelli) MARIO ROSSO, LE CATTEDRALI DELL'INDUSTRIA. Un'insolita storia di management tra Olivetti, Fiat e Telecom (GueriniNEXT, pag. 221, Euro 21,50).
    Da Gianni Agnelli a Mary Turner, dall'avvocato che partecipava alle riunioni Fiat formale e distratto, fino alla Ceo malese di Tiscali Uk che, prima delle grandi occasioni, girava per l'azienda ''scuotendo campanelline colorate''. Un universo profondamente e radicalmente cambiato quello dei vertici aziendali, vissuto dall'interno da Mario Rosso dai primi anni Settanta ai Duemila. È un'evoluzione che il filosofo prestato all'economia aziendale racconta in un libro, Le cattedrali dell'industria, affascinante per le sue tante chiavi di lettura.
    Sarà che Rosso non smette mai di considerarsi, in fondo, un outsider, che il suo sguardo ha la freddezza di chi guarda il mondo dall'esterno ma le sue pagine sono uno spaccato capace di cogliere l'evoluzione sociale e umana di un universo, quello dei manager, per lo più misterioso per i non addetti ai lavori.
    Si parte, appunto, negli anni Settanta, quando un giovanissimo Mario Rosso appena laureato in filosofia teoretica a Torino inizia a lavorare prima nella Olivetti e poi in Fiat con una facilità che oggi fa impressione. Siamo negli anni del terrorismo e delle Brigate rosse che tra le fila degli operai Mirafiori trovano molto credito. Violenza e siderale distanza tra chi è alla catena di montaggio e chi resta chiuso negli uffici segnano quegli anni che sembrano appartenere ad un altro mondo, con sfumature quasi ottocentesche. Si passa attraverso lo sconvolgimento di Tangentopoli, poi si apre l'orizzonte del mondo digitale, prima con Telecom poi con ANSA e infine Tiscali, in una accelerazione epocale che Rosso vive dall'interno tra esperienze personali sempre molto intense in una commedia drammatica molto umana.
    ''Dietro lo schermo delle discipline razionali, delle tecniche e dei modelli, una Commedia Umana ininterrotta - scrive - che tende a virare molto di più verso il dramma che verso la farsa: molti sono i mostri, gli errori e di conseguenza i danni, i fallimenti, le sofferenze e i sacrifici che ne sono scaturiti.
    Quasi sempre pagati e patiti non da chi quelle decisioni le ha prese in quel modo, sbagliando, ma da tanti altri, vittime inconsapevoli o complici inconsapevoli, e sovente proprio da coloro che, per quel che potevano, quelle decisioni le avevano contrastate''. Ci sono quindi i potenti descritti in modo ravvicinato con una lente d'ingrandimento molto originale: da Romiti a Bernabè, dall'appena scomparso Colaninno a Soru. Ma poi anche i quadri, a volte eroici, come nell'episodio da film - tutto da leggere - dell'assalto alla divisione meccanica di Mirafiori. E la manodopera, con le donne che si rifiutano di lasciare la catena di montaggio, gli operai avvolti dalle scintille delle fonderie in un quadro dantesco, o gli uomini che escono dalle caverne come oscuri fantasmi della fabbrica di elettrodomestici di Orleans. Mario Rosso passa da Torino a Pittsburg, attraversando Milano, dalla Fiat alla Rinascente, dai motori alle lobby romane, dalla scalata della Telecom (subita), all'orgoglio del futuro del mondo della notizia con l'ANSA, e ancora a Tiscali dominata dal fascino del genio di un uomo come Soru.
    ''Il potere l'avevo studiato sui libri, un po' approfondito nella esperienza da sociologo, ma non avevo la minima idea di cosa fosse in realtà. Non quello degli altri, ma il mio. Perché il potere è come una malattia, non si capisce mai veramente finché non la si prova in proprio, cioè, nel caso del potere, non lo si esercita''. Rosso lo ha esercitato in molti luoghi e con molte sfumature - dal capo del personale all'amministratore delegato - ma poi alla fine, tra mille turbolenze, quella che racconta è una storia di persone. Quasi tutti uomini a dire la verità, tranne che per la costante e amorosa presenza della moglie Gavina la cui voce riecheggia continuamente in queste pagine di storia.
   

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